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autoreLuciano Bozzo, Antonio Grimaldi, Alessandra Necci, Gaetano Lettieri
titoloNiccolò Machiavelli - Il principe
a cura diDaniele Reglipizzo
editoreNuova Argos
anno2020
formato12x17 cm
illustrazionibianco/nero e colore
pagine272 (I volume); 264 (II volume); 312 (III volume)
prezzo€ 30,00
ISBN978-88-88693-34-7
disponibilitàdisponibile
    

in breve
Machiavelli è familiare al mondo dell'intelligence: non solo perché a ragione fa parte del corredo dottrinario di ogni agente - la multidisciplinarietà della formazione prevede frequenti incursioni tra i maestri del pensiero - ma anche perché lo si incontra in ogni ansa dell'esperienza quotidiana, compagno di viaggio la cui voce è sempre attuale e confidente.
Nel ripercorrerne le orme, senza alcuna pretesa scientifica ma con la curiosità ammaliata dell'intelligence che apre le finestre alla polifonia dei suoi messaggi, si è cercato di coniugare al presente l'eterno machiavelliano, offrendo sia lo spunto di una lettura declinata con i paradigmi moderni sia una traduzione con il verbo del Fiorentino delle procedure e delle tecniche operative previste e adottate oggi.
È complessa arte quella dell'informazione, necessaria per l'einaudiana conoscenza finalizzata a decidere per agire, quale supporto necessario a un'area decisionale responsabile che sia libera di scegliere tra le diverse soluzioni ma che possa godere, a tal fine, di un ampio spettro di alternative possibili e della piena consapevolezza delle conseguenze probabili di ciascuna di esse. L'importanza del principe - e la dedica nel Principe lo esalta - è riconosciuta dalla dottrina internazionale moderna che affida all'area decisionale il compito di rappresentare il fabbisogno informativo e di innescare il processo d'intelligence che deve soddisfarlo.
Al decisore si auspica appartenga la visione del tutto, l'arte di esser cometa anche nell'oscurità glaciale, la forza odissea di resistere alle sirene e di salvare lo Stato, anche dimostrando il coraggio di un realismo pragmatico che possa apparire quale censurabile cinismo.
Lo stesso Markus Wolf, la più nota spia della Germania Est nell'epoca della Guerra fredda, autore della celeberrima autobiografia, «L'uomo senza volto», epico riferimento per i neofiti dello spionaggio, in estrema sintesi sottolineava come l'intelligence sia l'immagine della classe politica di riferimento: la qualità della domanda incide su quella della risposta, infatti, e se il fabbisogno informativo è raffinato e coerente anche la risposta informativa sarà di qualità.
Inoltre Machiavelli ben interpreta il ruolo di autore dei periodi di crisi: anche la nostra epoca, con le dovute differenze rispetto al XV secolo, scorre incerta nel vortice del Grande gioco di potenze, dell'ibridazione delle opportunità e delle minacce, del cieco sguardo al futuro.
Le Agenzie, dunque, sono chiamate ad affrontare sfide sempre nuove, a confrontarsi con urgenze inedite e imprevedibili, a limitare la tracimante forza della Fortuna, alzando gli argini di una previsione sempre più avanzata, nel convincimento, tutto machiavelliano, che la giusta anticipazione analitica e l'approntamento efficacemente proattivo e non solo tardivamente reattivo possano limitare i danni del caso e dell'alchimia imponderabile degli eventi possibili.
La stretta interdipendenza dei fattori di crisi rende le minacce ibride e i rischi connessi poliedrici e sorprendenti: in altra prospettiva, anche gli interessi s'intersecano e si contaminano e l'azione delle spie non può che essere sia specialistica sia sinergica, perché la necessità di conoscere evolva in quella necessità di condividere che consenta un più ampio spettro operativo dell'intelligence. Il senso istituzionale dello spionaggio, pertanto, riposa nella garanzia di una pronta risposta alle esigenze del principe, nel quadro del giuramento prestato e della deontologia che pretende una formazione continua, una sensibilità affinata e una lealtà che rende vivo ed effettuale l'impegno sul campo. Michael A. Ledeen ricorda in «Machiavelli on Modern Leadership», come nella Seconda guerra mondiale, quando il fuoco ha attraversato la Toscana, sia il capo delle truppe statunitensi, il generale Mark Clark, sia il responsabile del fronte nazi-tedesco, il feldmaresciallo Albert Kesselring, concordarono di considerare Sant'Andrea in Percussina off limits per le loro azioni, riconoscendo la sacralità di quel luogo che fu culla e scrittoio del nostro Niccolò.
Ancor oggi nel mondo dell'intelligence è alto il senso di rispetto per il Segretario fiorentino, che diventa spesso parentela culturale nei consessi internazionali, anche operativi. Di questa testimonianza si rinvengono tracce sparse nelle note al testo che segue, in un cammino tra passato e presente, illuminate dalla mai spenta candela del nostro autore.

dalla Nota del Direttore di collana


il sommario

Non cunctando sed accelerando
Machiavelli, il Principe e l'intelligenza dello Stato
di Luciano Bozzo

Introduzione
di Antonio Grimaldi

Prefazione
di Daniele Reglipizzo

Nota bibliografica

Nota Direttore di collana


LETTERA a Francesco Vettori



De principatibus / Il principe
con riformulazione in italiano moderno a fronte


Dedica
Nicolaus Maclavellus Magnifico Laurentio Medici Iuniori salutem
Niccolò Machiavelli al Magnifico Lorenzo di Piero de' Medici


I
Quot sint genera principatuum et quibus modis acquirantur
Quanti sono i generi di principati e in quali modi si acquistano

Tutti gli Stati sono principati o repubbliche. I principati sono ereditari o 'nuovi', cioè il potere può essere trasmesso in linea dinastica o in altre forme, a volte per volontà dello stesso principe che associa altri al proprio governo.


II
De principatibus hereditariis
Sui principati ereditari

I principati ereditari sono più facili da mantenersi purché non si abbandoni la tradizione di governo degli antenati. Se un principe ereditario non dimostra particolari vizi, difficilmente sarà spodestato, e se lo sarà potrà essere reintegrato al primo momento di debolezza di colui che ha preso il posto.


III
De principatibus mixtis
Sui principati misti

I principati 'misti' e 'nuovi' nascono in genere nelle difficoltà, cioè nel disordine provocato da quanti hanno voluto cambiare governanti nella speranza di migliorare, ma spesso restano delusi e vorrebbero tornare indietro. Ad esempio Luigi XII acquistò con facilità il ducato di Milano perdendolo poco dopo. Osservazioni sui principati misti, prossimi e uguali per lingua e costumi allo Stato conquistatore (facili a mantenersi purché si spenga il sangue dell'antico Signore ma non si alterino le istituzioni). Osservazioni sui principati lontani e disformi per lingua e costumi (per mantenerli occorre fortuna e industria; il principe deve risiedervi; mandare colonie; farsi amici i meno potenti senza accrescere troppo il loro potere). Esempi dei romani in Grecia; errori di Luigi XII nella conquista del ducato di Milano.


IV
Cur Darii regnum, quod Alexander occupaverat, a successoribus suis post Alexandri mortem non defecit
Per quale ragione il regno di Dario, che era stato occupato da Alessandro, non si ribellò ai suoi successori dopo la morte di Alessandro

Distinzione fra regni assoluti (impero ottomano) e regni a struttura federale (Francia). I primi difficili da conquistare ma facili da conservare. I secondi facili da conquistare ma difficili da mantenere.


V
Quomodo administrandae sunt civitates vel pr[ovinciae] qu[ae] ante quam occuparentur suis legibus vivebant
In che modo si debbano governare le città o le province le quali, prima di essere occupate, vivevano con le loro leggi

I metodi proposti sono tre: distruggerli, come fecero i romani con Cartagine, Capua e Numanzia; risiedervi; lasciarvi inalterate istituzioni e leggi, affidando il governo a una ristretta oligarchia, come fecero gli spartani ad Atene.


VI
De principatibus novis qui armis propriis et virtute acquiruntur
Sui principati nuovi che si acquisiscono con le proprie armi e con la virtù

Il principe prudente deve attenersi alla lezione dei grandi esempi del passato perché le vicende umane si ripetono. Al principato si giunge o per fortuna o per virtù: in quest'ultimo caso la conquista è più stabile: esempi, Mosè, Ciro, Romolo, Teseo e Gerone siracusano. È indispensabile però il possesso di una propria forza militare: i profeti armati vincono, quelli disarmati falliscono: esempio, Girolamo Savonarola.


VII
De principatibus novis qui alienis armis et fortuna acquiruntur
Sui principati nuovi che si acquisiscono con le armi e la fortuna altrui

Il potere conquistato con un'azione fortunata è precario, perché sempre soggetto all'arbitrio esterno o alla volubilità della sorte. Virtù di Francesco Sforza; virtù e fortuna di Cesare Borgia: conquista della Romagna; spietata risolutezza nello spegnere le ribellioni; regime d'ordine; piani per il futuro; morte del padre e sua rovina; valutazione della «virtuosa» condotta politica.


VIII
De his qui per scelera ad principatum pervenere
Di coloro che per scelleratezze hanno acquisito il principato

Al principato si può giungere anche con il delitto: esempi, Agatocle siracusano e Oliverotto da Fermo. Entrambi conquistarono il potere annientando i maggiorenti della città. Il primo fu principe valoroso e prudente, il secondo morì vittima in un agguato di Cesare Borgia. Riflessioni sull'efficacia politica della crudeltà: è bene usata se giustificata da un fine e non si protrae una volta raggiunto l'obiettivo; è negativa se aumenta nel tempo invece di cessare e praticata come sistema.


IX
De principatu civili
Sul principato civile

Al principato si può giungere con il favore del popolo o dei nobili. Nel primo caso bisogna mantenersi il popolo amico, nel secondo guadagnarsene il favore e averlo alleato contro le insidie dei grandi. Un principe che non abbia il favore del popolo non potrà mai trovare rimedio nelle avversità. Confutazione del proverbio «chi fida sul popolo fida sul fango».


X
Quomodo omnium principatuum vires perpendi debeant
In che modo si debbano valutare le forze di tutti i principati

Si distingue fra principati che possono contare su forze militari proprie e quelli che non ne dispongono; questi ultimi debbono agire con tattica difensiva, fortificando la loro terra così da scoraggiare gli appetiti di eventuali aggressori.


XI
De principatibus ecclesiasticis
Sui principati ecclesiastici

Difficili nell'acquistarli, non è richiesta né virtù né fortuna per mantenerli poiché si fondano sulla forza spirituale della tradizione religiosa: «Costoro soli hanno stati, e non gli difendono; hanno sudditi, e non li governano... ». Considerazioni sulla politica di Alessandro VI, Giulio II e Leone X.


XII
Quot sunt genera militiae et de mercenariis militibus
Di quanti siano i generi di milizia e delle milizie mercenarie

Fondamento di uno Stato sono le buone leggi e le buone armi. Le forze militari possono essere mercenarie o proprie, ausiliarie o miste. Le mercenarie e ausiliarie sono inutili e pericolose perché infedeli e pavide. I capitani, se valenti, aspirano alla propria fortuna, in caso contrario sono fonte di rovina. È necessario che il principe comandi il proprio esercito; nella repubblica, che sia uno dei cittadini. Esempi di eserciti nazionali e di Stati con eserciti mercenari. Eccezioni: Firenze e Venezia (armi mercenarie). Origine delle compagnie di ventura e loro condotta.


XIII
De militibus auxiliariis, mixtis et propriis
Sulle milizie ausiliarie, su quelle miste e sulle proprie

Insidia delle forze ausiliarie (inviate da stranieri): se perdono si è sconfitti; se vincono si resta in loro potere. Esempi: Giulio II e le truppe spagnole; Firenze e le truppe francesi; il re di Costantinopoli e i turchi. Maggiore è il pericolo rispetto alle mercenarie perché sono meglio organizzate. Come e perché vi abbiano rinunciato Cesare Borgia, Gerone siracusano, Davide. Con quali cattivi esiti vi abbiano fatto ricorso Luigi XI di Francia e gli imperatori romani. Ribadito il valore degli eserciti propri.


XIV
Quod principem deceat circa militiam
Come un principe si deve comportare a proposito della milizia

Il solo compito che un principe deve osservare per tenere lo Stato è dedicarsi alle milizie anche in tempo di pace, praticando la caccia e studiando i luoghi nei quali risiede. Un buon principe deve guardare alle azioni dei migliori esempi che lo hanno preceduto, come Alessandro Magno imitava Achille, Cesare ad Alessandro, Scipione a Ciro ma soprattutto Filopèmene, principe perfetto, che dovunque andasse si interrogava sul modo per ritirarsi, per rincorrere il nemico e per attaccare.


XV
De his rebus quibus homines et praesertim principes laudantur aut vituperantur
Quali sono le cose per cui gli uomini e specialmente i principi sono lodati o biasimati

Il principe che vuole mantenere lo Stato deve essere buono o non buono a seconda della necessità; per questo è da respingere il catalogo delle virtù e dei vizi come era nella precedente trattatistica. In politica ciò che a volte è virtuoso altre volte può essere vizio, e la virtù portare alla rovina e il vizio salvare lo Stato. Quindi il principe non deve curarsi del valore morale delle proprie azioni se queste sono rivolte al bene collettivo.


XVI
De liberalitate et parsimonia
Sulla liberalità e la parsimonia

La liberalità è negativa: all'inizio concede buona fama ma, estinti i fondi, costringe il principe ad aumentare le tasse, ed essere odiato dai sudditi e poco stimato dagli altri. Bisogna essere munifici quando ci si impossessa di beni altrui, come fecero Ciro e Cesare. La parsimonia, anche se inizialmente non procura buon nome, farà considerare l'uomo generoso, come papa Giulio II, che usò la munificenza per salire al potere, dedicandosi dopo alla guerra, e Luigi XII, che grazie alla sua parsimonia riuscì a compiere tante azioni senza aumentare le tasse.


XVII
De crudelitate et pietate; et an sit melius amari quam timeri, vel e contra
Sulla crudeltà e la pietà; e se sia meglio essere amato che temuto, o piuttosto il contrario

La domanda è: meglio essere amati piuttosto che temuti o temuti piuttosto che amati? Cesare Borgia era considerato crudele ma con la crudeltà aveva riunito la Romagna e portato la pace. Soprattutto con l'esercito il principe deve suscitare timore, perché non si è mai controllato un esercito senza la crudeltà.


XVIII
Quomodo fides a principibus sit servanda
In che modo i principi debbono tenere fede alla parola data

Due sono i modi di combattere: con le leggi, proprie dell'uomo, e con la forza, prerogativa delle bestie. Quando il primo modo non basta è necessario saper applicare il secondo: se le leggi non sono sufficienti si deve ricorrere alla violenza. Poiché il principe deve impiegare per necessità anche la parte bestiale, essa si manifesta in due varianti, richiamate dalle figure della volpe e del leone, immagini dell'astuzia accorta e della simulazione e dell'impeto violento. Per il principe è più utile simulare pietà, fedeltà, umanità che osservarle veramente essendo le doti etiche pure illusioni nella lotta politica. Poiché, «ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se'».


XIX
De contemptu et odio fugiendo
In che modo fuggire il disprezzo e l'odio

Il principe deve evitare di rendersi odioso ai sudditi e per questo deve astenersi dall'usurpare le loro ricchezze e insidiare le loro donne. Inoltre deve sforzarsi di apparire grande e forte, le sue decisioni insindacabili, le sentenze definitive. Qualora non offrisse tale immagine deve temere due cose: i sudditi e le potenze straniere. Dalle congiure l'unico aiuto può venire dal popolo, poiché non sempre i congiurati rispecchiano il volere della gente; invece, per sconfiggere un nemico bisogna possedere un buon esercito. In conclusione, un principe deve stare attento a non inasprire i nobili e a soddisfare il popolo in modo da non temere le congiure.


XX
An arces et multa alia, quae quottidie a principibus fiunt, utilia an inutilia sint
Che siano utili o inutili le fortezze e molte altre cose che vengono fatte ogni giorno dai principi

Quando un principe nuovo acquista un nuovo Stato deve armare i suoi sudditi per costruire la propria difesa, ma se lo Stato viene conquistato per estendere un regno esistente, i nuovi cittadini dovranno essere disarmati. Le discordie fra le fazioni possono essere utili a chi governa in tempo di pace ma pericolose durante le guerre. Il principe che non si fida del popolo più che dei nemici deve costruire fortezze; deve evitarlo chi invece teme i nemici più dei sudditi. La miglior fortezza è il favore del popolo.


XXI
Quod principem deceat ut egregius habeatur
Cosa deve fare un principe per essere stimato e reputato

Il principe deve essere deciso nella politica interna, premiare o castigare in maniera esemplare. In politica estera deve farsi ammirare e stupire i sudditi con imprese grandi, come Ferdinando d'Aragona, ma soprattutto deve sempre schierarsi a favore di qualcuno e mai restare neutrale, così da far sentire l'alleato vincolato da un patto di amicizia e di riconoscenza. Per dare una buona immagine deve istituire feste e partecipare ai raduni di quartiere, presenziando sempre con maestà.


XXII
De his quos a secretis principes habent
Di coloro che i principi scelgono come ministri

Importante è la scelta dei ministri, e in base a questa si mostra l'intelligenza del principe: circondandosi di uomini stolti il giudizio su di lui non potrà essere mai buono. I ministri devono essere così devoti da pensare prima a lui che a loro stessi e se un principe ha la fortuna di trovarli con queste qualità, deve mantenerli con doni e elogi.


XXIII
Quomodo adulatores sint fugiendi
Come si debba sfuggire agli adulatori

Un principe deve scegliere e fidarsi solo di poche persone sincere e leali. Solo queste dovrà ascoltare, ma la decisione finale dovrà sempre basarsi sul proprio autonomo giudizio.


XXIV
Cur Italiae principes regnum amiserunt
Perché in Italia i principi hanno perduto i loro stati

Si richiamano i principi italiani che hanno perduto il loro Stato (Federico d'Aragona e Ludovico il Moro) esponendo motivi di diverso genere, comuni a entrambi: erano deboli militarmente e non avevano saputo ottenere l'appoggio dei sudditi.


XXV
Quantum fortuna in rebus humanis possit et quomodo illi sit occurrendum
Quanto conta la fortuna nelle umane vicende e in che modo ci si può opporre a essa

Dalla fortuna dipende metà delle azioni umane mentre l'altra metà dagli uomini stessi. Anche se l'imprevedibilità della sorte fa pensare che l'uomo non sia padrone del proprio destino, Machiavelli ritiene che si possa in buona parte correggere la fortuna con decisioni e azioni adeguate. Pertanto è sempre insicuro il principe che si affida troppo alla fortuna e felice colui che saprà adeguare le proprie azioni al variare degli eventi. Si può avere successo essendo impetuosi o riflessivi ma si dovrà tuttavia essere in grado di mutare atteggiamento quando le circostanze lo richiedano.


XXVI
Exhortatio ad capessendam Italiam in libertatemque a barbaris vindicandam
Esortazione a prendere l'Italia e a riscattarla liberandola dai barbari

Esortazione al principe di Casa Medici affinché riunisca l'Italia. Valutando che gli eserciti svizzeri e spagnoli non sono poi così terribili come si racconta, egli potrebbe creare un terzo esercito per batterli. Un nuovo principe sarebbe da tutti accolto con favore. L'Italia schiava, asservita e dispersa attende solo di essere riunita sotto un'unica bandiera, purché si trovi chi la impugni.

Appunti per un profilo biografico




VOLUME III
Alessandra Necci
Niccolò Machiavelli. Il potere e la ragione

Prefazione
Fausto Bertinotti


Con un saggio di Gaetano Lettieri
Machiavelli in gioco. Un agente segreto papale a Venezia (1525)



CAPITOLO I
Il pensiero di Machiavelli

CAPITOLO II
L'Italia e l'Europa prima di Machiavelli. Medioevo, contesa fra «i due Soli»
e avvento dei Comuni

CAPITOLO III
Machiavelli, le Signorie e la Chiesa di Roma

CAPITOLO IV
Machiavelli e la mappa del potere italiano

Storia di Niccolò Machiavelli

CAPITOLO V
Gli esordi, la nomina a Segretario, l'incontro con Cesare Borgia

CAPITOLO VI
Il rapporto con il papato, i viaggi all'estero, il ritorno dei Medici e la fine

Bibliografia
Didascalie







approfondisci
VOLUME III

Alessandra Necci
Niccolò Machiavelli. Il potere e la ragione


Alessandra Necci doveva arrivare a questo snodo cruciale per poter interpretare e dare un senso più generale alla storia del Paese, per rintracciare una cifra unitaria di quel che possiamo chiamare patria; per capire se ne esista una e, se sì, per nominarla, quand'anche fosse dolente. Ci aveva già lavorato quando, indagando personalità della storia, si era imbattuta nello stesso problema, un problema difficile e per molti versi irrisolto. Si era avvicinata al punto ora affrontato con Isabella e Lucrezia, le due cognate. In esso aveva indagato, attraverso le vicende di due donne forti e complesse, le culture del potere, dei poteri e delle corti nell'Italia del Rinascimento. Emergeva il segno di un tempo, di una società, delle sue divisioni, della sua grandezza e della sua miseria, delle sue culture e della politica come in essa si produceva o si inabissava. Ma erano i tratti caratteristici di un tempo determinato nella storia del Paese oppure ne tratteggiavano le caratteristiche di fondo? Insomma, l'Italia cantata drammaticamente dalla nostra grande poesia, da Dante a Petrarca all'Ariosto, è una costruzione che, con mirabile bellezza, parla solo del suo tempo o parla, oltre quel tempo, dell'Italia e degli italiani come di un destino, come di un connotato di fondo dell'intera nostra storia? Valgano per tutti i famosi versi di Dante: «Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello».
Una sola volta, molte volte o sempre?
L'autrice condivide, con storici e studiosi importanti, la tesi secondo la quale il Rinascimento costituisce un crocevia cruciale da confrontare con il tempo presente per cercare una risposta al quesito. Da esso si dipartono una oppure più vie lungo le quali si dipana la storia dell'Italia. Al centro di questo crocevia si colloca, a sua volta, un pensatore fondamentale, il cui pensiero politico attraversa, vivente, l'intero corso della storia del Paese, Niccolò Machiavelli.
Perciò era giusto e necessario che, dopo i precedenti lavori, Alessandra Necci qui approdasse...

dalla Prefazione di Fausto Bertinotti


hanno scritto
Claudio Gallo, «La Stampa» 27 febbraio 2021

Elzeviro Il segretario fiorentino arruolato nei Servizi

La nostra attenzione stanca ha bisogno di essere schiaffeggiata perché gli occhi rimangano aperti. La notizia dell'uscita di un'ennesima edizione del «Principe» di Machiavelli sembrerebbe, al contrario, un invito a proseguire il sonno. Ma attenzione, il diavolo si nasconde nei dettagli: la nuova edizione del «Principe» uscita dalla Nuova Argos è un caso speciale [...] visto nell'ottica delle contro-spie è un cofanetto di tre volumi, due su cui si divide il testo [...] e un terzo tomo, di Alessandra Necci, su «Machiavelli, il potere e la ragione» con prefazione dell'ex leader di Rifondazione Fausto Bertinotti. Il volume termina con un saggio di Gaetano Lettieri dove si considera la suggestione che tra le attività del segretario fiorentino ci fosse anche lo spionaggio.



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